

È difficile dire dove inizia un viaggio in Antartide. La preparazione del bagaglio? Certo è che non si può dimenticare niente, anche la crema di protezione per il viso o un paio di guanti di scorta vanno portati da casa. Non si possono nemmeno commettere errori: guai a non prevedere correttamente gli strati da indossare o la capacità termica dei capi! Questi preparativi meticolosi si accompagnano a una preparazione interiore, una progressiva predisposizione d’animo indotta dalla coscienza di partire verso un luogo estremo, “fuori dal mondo”. È con questo spirito che si chiude la valigia per raggiungere il viaggio-spedizione a bordo della Multanovskiy lungo le coste della Penisola Antartica, una delle poche zone del continente bianco relativamente accessibili durante l’estate australe, tra i mesi di dicembre a febbraio. Parto con un volo intercontinentale alla volta di Santiago del Cile facendo scalo a Madrid e pernottando a bordo. 
All’arrivo, mi viene a prendere l’automobile con autista e arrivo al Ritz Carlton di Santiago del Cile. Tempo di rilassarmi nella mia camera deluxe e di sistemare le valige che già nel pomeriggio vado a scoprire la città in compagnia della mia guida personale parlante italiano. Il mattino seguente, l’autista mi conduce all’aeroporto e riparto per la cittadina cilena di Punta Arenas, sulle sponde dello Stretto di Magellano. Dopo esser stato accolto all’arrivo, vengo trasferito all’Hotel José de Nogueira, dove mi attende una calorosa cena di benvenuto. Il giorno successivo, sulla pista di decollo, un BAE-146 attende la luce verde dei suoi piloti che, oltre a studiare meticolosamente i bollettini meteo alla ricerca di una finestra di volo favorevole per l’atterraggio in Antartide, ispezionano il cielo un’ultima volta prima di dare l’ok al decollo. Perché quando si attraversa il Passaggio di Drake, gli oltre 1.000 km di oceano a sud di Capo Horn che separano l’America del Sud dal continente bianco, l’aereo supera il punto di “non-ritorno” e tutto deve essere valutato con il massimo dello scrupolo.
L’atterraggio è previsto sull’Isola King George, su una pista in terra battuta gestita dall’Aeronautica cilena, unica infrastruttura esistente per tutte le nazioni che operano in quella zona. In mezzo alla Baia Fildes, a poche centinaia di metri dai caseggiati sparsi sulla spiaggia, insolito conglomerato “urbano” composto dalla base cilena Frei e quella russa Bellingshausen, è ancorata la Multanovskiy, una piccola nave oceanografica russa concepita per la navigazione in Artico, che risulta particolarmente idonea per navigare tra i ghiacci dell’Antartide. Allo speciale scafo rinforzato della nave, si somma l’esperienza dell’equipaggio e del comandante: con oltre dieci anni di oceano australe alle spalle, il capitano ammonisce sulle insidie meteorologiche dell’Antartide causate da una enorme variabilità di condizioni. Ed è proprio il caso di parlare di insidie, visto che all’alba del giorno seguente la Multanovskiy si sveglia con ben 150 km/h di vento. È pur vero che la sera prima il meteorologo della Fuerza Aerea cilena, venuto a bordo in visita di cortesia, aveva preavvisato “vento in moderato aumento sull’arcipelago delle Shetland”, previsione confermata dai grafici pervenuti al computer di bordo che stimavano circa 60 km/h ! A sera, finalmente, come spesso succede da quelle parti, il mare e il vento si calmano quasi all’improvviso e tutto sembra tornare alla normalità. La nave riprende il suo andare tranquillo, cullata dal rollio delle acque riparate dello Stretto di Gerlache, sul quale si affacciano le cime accidentate dei Monti Ellsworth, da cui discendono, come fiumi in piena, giganteschi ghiacciai che si riversano in mare. A partire dai 64° di latitudine Sud, la Penisola Antartica si rivela in tutta la sua magnificenza che la rende uno dei luoghi più affascinanti di tutta l’Antartide per la bellezza del paesaggio, la storia delle antiche esplorazioni e l’abbondanza di fauna. Libero da vincoli, l’occhio umano si adatta al nuovo ambiente.
Con i suoi 14.000.000 km2, il bianco glaciale della calotta antartica scivola lentamente dal centro del continente verso la costa nascondendo la sua reale topografia, ricca di baie e di insenature, celata tra migliaia di canali, scogli e isole. Tra queste, lungo lo Stretto di Gerlache si staglia la piccola Isola Cuverville, dove vive una delle più importanti colonie di pinguini della zona. Si tratta dei piccoli pigoscelidi papua e antartici, che giungono qua all’inizio della primavera australe per costruire il proprio nido sulla terra ferma. Appena il 2% delle terre emerse non è coperto dal ghiaccio ed è proprio in questo esiguo spazio che si concentra gran parte della vita antartica terrestre: pinguini, cormorani, procellarie, elefanti marini, foche da pelliccia e piccole comunità di insetti e aracnidi, così come alghe, licheni, muschi e le rare graminacee si contendono quei luoghi dove le condizioni ambientali sono meno proibitive. I pinguini non paiono particolarmente disturbati dalla presenza umana; anzi, una volta ristabilita la naturale calma dopo lo sbarco del gommone, sono chiaramente incuriositi dai nuovi venuti. Ma, come mette in guardia Jordi Plana, il biologo della spedizione, “il sistema antartico è caratterizzato da un’organizzazione basata su un numero limitato di specie altamente dipendenti tra sé e dal proprio habitat. Quest’ecosistema è il frutto di lunghi processi evolutivi che hanno permesso a tutte le specie di adattarsi alle dure condizioni ambientali, ma è anche estremamente sensibile a qualsiasi interferenza esterna”. Nella baia di fronte a Cuverville sono arenati giganteschi iceberg, sospinti alla deriva verso Nord da venti e correnti. Temuti ostacoli per la loro ubicazione imprevedibile e la loro capacità di capovolgersi con inattesa celerità, questi blocchi di ghiaccio (di cui appena un nono è visibile in superficie) costituiscono una delle attrazioni più spettacolari dell’Antartide per le loro forme e i loro colori, risultato di un incredibile lavoro di cesello operato nel tempo dal vento e dal mare. La tentazione di calare il gommone in acqua e aggirarsi tra i ghiacci è irresistibile. Spesso, sui blocchi più accessibili riposano alcune foche, principalmente Weddell e carcinofaghe, ma anche l’incontro con una foca leopardo non è affatto improbabile vista la vicinanza della colonia di pinguini, una risorsa alimentare importante per questo temibile predatore che, assieme all’orca, occupa il massimo livello nella catena alimentaria antartica. Dopo una breve navigazione attraverso lo stretto Canale Neumayer, fortunatamente libero dalla banchisa alla deriva, la Multanovskiy fa rotta verso Port Lockroy sulla minuscola Isola Goudier. È proprio in questo braccio di mare che la nave fa il suo primo incontro con alcune balene. Si tratta di due “minke” o balenottere minori e, sebbene emergano appena qualche secondo per respirare, l’emozione e la sorpresa sono grandi. Così come le altre balene dell’emisfero australe, questi cetacei migrano verso l’Antartide all’inizio dell’estate, attirati dall’abbondanza di krill, un piccolo crostaceo simile a un gamberetto che costituisce una risorsa alimentare fondamentale per tutta la fauna australe.
A Port Lockroy sorge una base britannica costruita durante la 2° Guerra Mondiale nell’ambito dell’operazione “Tabarin” allo scopo di contrastare l’espansione nazista nella zona. Sulla porta della piccola “Base A”, adesso internazionalmente riconosciuta come Monumento Storico dell’Antartide, il comandante Rick Atkinson rammenta i “vecchi tempi” dell’esplorazione con i cani da slitta, di cui lui stesso è stato un pioniere.
Nella baia dell’Isola Petermann, dove si dirige adesso la Multanovskiy, il geografo Charcot trascorse l’inverno del 1909 a bordo della nave Pourquoi pas?. Le sue annotazioni rappresentano un’importante fonte di informazioni per i ricercatori statunitensi che lavorano su quest’isola per studiare l’esito riproduttivo delle colonie di pigoscelidi. Dinanzi a questa piccola isola, si respira un’atmosfera affascinante nonostante il freddo si faccia sentire sempre più pungente. Pur non essendo particolarmente elevate (appena un migliaio di metri), viste dal mare le montagne si stagliano nel cielo con tutta la loro imponenza; tra queste, il monte Scott fa da sentinella all’ingresso del Canale Lemaire, uno dei passaggi obbligati tra i più spettacolari di tutta la Penisola, dove la vista si perde in un dedalo di canali, isole e iceberg che conducono verso lo sconfinato oceano australe. In questo luogo remoto alle porte del Circolo Polare Antartico le giornate non hanno praticamente fine e l’alba si mescola con il tramonto in un interminabile susseguirsi di variazioni repentine di luci, ombre e sfumature. Tuttavia, il fascino del luogo non mitiga la sua durezza nei mesi invernali, quando tutto è stretto nella morsa del ghiaccio e dell’interminabile notte polare. La Multanovskiy attraversa luoghi straordinari come la Baia Paradiso, il Canale Errera o le isole Melchior. Sulla via del ritorno, c’è una tappa da non mancare: è l’Isola Deception, un vulcano attivo che emerge dal mare. Gran parte dell’isola è coperta da ghiacciai permanenti mescolati con strati di cenere nera e chiazze multicolori di ferro, zolfo e rame, che le conferiscono un aspetto decisamente “infernale”. La nave accede all’interno del vulcano con grande precauzione, attraverso i cosiddetti Soffioni di Nettuno, uno strettissimo e spettacolare passaggio di mare formatosi a seguito di violente eruzioni avvenute circa 10.000 anni fa. Con gli occhi incollati sull’ecoscandaglio, gli ufficiali russi trattengono il fiato. L’obbiettivo è la Baia dei Balenieri, dove sono visibili le rovine della Base “B” britannica, distrutta dall’ultima eruzione del 1969, originariamente costruita sui resti di un’antica base baleniera cileno-norvegese del 1906. In quest’atmosfera resa ancor più misteriosa dalle fumarole che si sprigionano dal suolo, non lontano dalle caldaie in cui veniva liquefatto il grasso di balena, emergono qua e là crani, mandibole e vertebre dei giganteschi cetacei che per decenni hanno alimentato un’industria spietata che ha portato questi mammiferi al bordo dell’estinzione. Il cimitero delle balene non è distante da un altro cimitero, contrassegnato da una semplice croce di legno, quello di oltre 40 balenieri norvegesi morti sul lavoro in quest’isola della “delusione”.
Arrivati all’Isola Livingston, sbarchiamo con i gommoni zodiac a terra così come a Puerto Lockroy e nelle altre isole che incontriamo e per fortuna l’equipaggio fornisce gli indispensabili stivali impermeabili per affrontare il ghiaccio. Durante le escursioni, ci accompagnano sempre delle guide specializzate che parlano sia inglese che spagnolo e nel corso della navigazione ci viene fornito del materiale informativo e si svolgono anche delle conferenze a carattere scientifico per i più interessati.
L’ultima notte sulla Multanovskiy si fa festa. Anche l’equipaggio, per una volta, ha diritto a una birra o un bicchiere di vino. La musica suona allegra nel piccolo bar, dove russi, turisti e ricercatori si mescolano per un ultimo brindisi prima di ripartire per Punta Arenas. L’allegria in realtà maschera una punta di tristezza, il dispiacere di troncare repentinamente un’avventura eccezionale e la poca voglia di parlarne non è dettata dall’indifferenza, bensì rivela quanto profondamente siano tutti toccati da quest’esperienza “fuori dal mondo”. E ritornare “dentro al mondo” non sarà facile. Ci ho messo due anni per organizzare questo viaggio che ora mi sembra sia trascorso in un batter d’occhio. Ma so che durerà per sempre, perché io non sarò più la stessa persona”.
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